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Campi di luna e Fiori di cielo raccoglie frammenti e pensieri che ho iniziato a scrivere sul mio finto moleskine quasi cinque anni fa. L’avevo comprato per dare ordine ad una massa informe di scritti, lasciati perlopiù sulle pagine dei libri che studiavo per l’università o su pagine svolazzanti, che andavano regolarmente perdute. Avevo deciso che sarebbe stato il mio “diario”, quello da portare in momenti particolari o per riversare istanti personali. E così è stato, almeno fino a quando non mi sono ritrovato a non avere nulla da fare che non fosse cercare un lavoro. Preso dalla noia ho deciso di mettere tutto in rete, per la mia sola soddisfazione.

Non si tratta di poesia, quella la lascio a chi realmente è in  grado di comporla, ma solo di frammenti a cui ho dato il nome di “Campi di luna” e brevi pensieri chiamati “Fiori di cielo”. Probabilmente i primi frammenti e pensieri pubblicati possono risultare molto acerbi, ridondanti a volte ingenui. Del resto, erano esclusivamente rivolti alla mia persona, non prevedevano un terzo lettore (salvo alcuni casi eccezionali) ed erano i primi. Andando avanti credo di aver affinato il modo di esprimermi ma la sostanza rimane sempre quella, quindi la metrica, la rima o la ricerca formale non sono mai stata fonte di preoccupazione, nel senso che proprio non mi interessavano  e continuano a non farlo, peraltro. Credo che l’apparenza debba essere subordinata alla sostanza. E in questo caso, forse, l’apparenza mi penalizza (tanto per citare la frase di un film) e per quanto riguarda la sostanza, mi concedo un laconico “non so”. Mi limitavo a cercare di fissare con delle parole, momenti in cui mi trovavo immerso. Era come seguire una melodia, era il suono delle parole a guidarmi nella scrittura, mediato da quello che provavo in quel momento.

Campi di Luna

La dicitura vuole essere una metafora che intenda “scritti delle certezze” (le mie ovviamente) e nasce da due riferimenti ben precisi. La parola “campo” si riferisce al famoso Indovinello Veronese (1) “Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba” la cui traduzione è “Teneva davanti a sé i buoi, arava i bianchi prati, ed un bianco aratro teneva ed un nero seme seminava” il cui significato rimanda all’atto di scrivere e quindi il campo non può che essere il foglio scritto. Anche perché nel mio immaginario i campi sono arati e non verdi e pieni di fiori. La luna è per me metafora della certezza. Prima di spiegare il perché è necessario fare un piccolo inciso, a cui tengo tanto, sulla differenza tra certezza e verità, nella mia visione delle cose. A questa differenza è legato un episodio a cui sono molto legato e che avevo già riportato nell’introduzione della mia tesi di laurea triennale (il periodo in cui avevo comprato il finto moleskine era proprio quello):

“Il problema della differenza tra certezza e verità mi si era presentato un’estate. Ero con mio zio a fare una passeggiata in Valbrevenna, dove tutti gli anni trascorro alcuni giorni, quando ci fermammo davanti ad una casa perchè una scritta su di una lastra di pietra aveva attirato l’attenzione di mio zio. Recitava quanto segue:“ Per queste valle venne in cerca della pietra filosofale Teofrasto Bombasto Von Hohenheim.”. Quando mio zio chiese se veramente Paracelso fosse stato per quelle valli, il proprietario della casa rispose in questo modo: “Non è vero, ma è certo.” Le nostre conoscenze viaggiano a livello della certezza. Noi siamo certi di molte cose, ed ognuna di queste funge da solido punto di partenza e metro con cui misurare il mondo. Il problema sorge nel momento in cui esse non siano necessariamente vere; esattamente ciò che accade a molte delle nostre teorie. Prima di Colombo tutti erano certi che la terra fosse piatta e prima di Galilei tutti erano certi che la terra fosse al centro dell’universo, eppure nulla di tutto ciò era vero.”

In questo pezzo della mia tesi non dico nulla di nuovo, in realtà i filosofi si sono accapigliati per anni discutendo su questa dicotomia (2), tuttavia è un concetto che ho sempre trovato molto pregante e importante; per acquisire un metodo scientifico ma  anche per la vita comune, di tutti i giorni, per ogni forma di conoscenza. Credo sia importante partire dal concetto che la scienza sia una conoscenza in continua costruzione e che abbia lo status di certezza, ma non necessariamente quello di verità. Altre evidenze successive a quello che pensiamo possono soppiantare le nostre credenze. Trovo sia un buon modo per non rimanere fossilizzati in sterili ortodossie e per avere la spinta vitale a rivedere e rimettere in discussione le proprie conoscenze, sempre, senza necessariamente sprofondare nel relativismo. Ovviamente questo significa che è necessario continuare a cercare, senza per questo mettere in dubbio ogni cosa pedissequamente, se non di fronte a prove solide.

Vedo quindi nella luna una perfetta metafora della certezza. La luce del sole è la verità, troppo accecante per essere vista direttamente e colta nel suo essere senza, tuttavia, che ciò ci impedisca di sapere che esiste: la verità c’è, è davanti a noi ma non possiamo coglierne i contorni definiti, proprio come non riusciamo a cogliere i contorni del sole. L’unica cosa su cui possiamo basarci è sulla sua versione edulcorata e filtrata, l’unica che possiamo vedere direttamente senza ferirci, la luce della luna, che ovviamente non è altro che la luce riflessa del sole. La certezza è comunque un’emanzione della verità. Tutti siamo certi che la luna sia luminosa e vediamo che emette luce, ma sappiamo anche la verità, che quella luce non è sua ma è solo riflessa.

Fiori di Cielo

Il legame a tutte queste mie idee sulla certezza permane anche in quelli che sono catalogati come semplici pensieri o considerazioni di varia  natura. Li chiamo “Fiori” perché sono qualcosa di piccolo, che appassisce e che si possono donare a qualcuno. Sono tanti i pensieri che condividiamo inconsapevolmente con le persone e che possiedono queste peculiarità. Conversando, a volte, si dicono frasi meravigliose che finiscono per passare inosservate e svaniscono nel nulla. Esattamente come i fiori recisi.  Sentiamo, ma abbiamo perso la capacità di ascoltare. “Di cielo” semplicemente perché fanno da cornice al luogo in cui si trova la certezza e in qualche modo vi partecipano anche loro.

Per concludere, sono sempre stato infastidito da quei professori che spiegavano ogni singola scelta stilistica nell’ottica della precisa ponderazione per ottenere un effetto piuttosto che un altro. Sono infastidito anche da tutte quelle cose che sembrano presuntuose. Quindi, se dovessi aver suscitato qualcosa di simile con questa preambolo, la spiegazione ufficiale va letta in questi termini:

“Campi di luna e fiori di cielo” semplicemente suonava bene e mi piaceva.

Riferimenti:

(1) http://it.wikipedia.org/wiki/Indovinello_veronese

(2) Benelli, G. (2002) Certezza e verità. La spezia: Luna editore.